FRATELLI IMOSCOPI - azienda storica nel settore pavimenti - Trento - Italia


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STORIA

La storiografia

Il termine pavimento deriva dal latino “
pavimentum” parola che a sua volta deriva dal verbo “pavire” che significa battere poiché i pavimenti si ottenevano da prima, livellando, spianando e battendo il terreno, venivano poi inseriti ciottoli, pietre, mattoni spezzati e cocci di cotto, si procedeva infine ad una successiva battitura e si solidificava il tutto con leganti di calce e pozzolana. (La “rena di Cuma” nel testo di Vitruvio è un silicato naturale che ha proprietà idrauliche segna un progresso notevole nelle antiche pavimentazioni romane , questo grazie alla capacità della miscela calce-pozzolana di indurire in assenza di co2.)


Coloro che li costruivano venivano chiamati “pavimentari”
I pavimenti seguono l’inizio dell’arte musiva. Difatti il
mosaico pavimentale, quello che segue un disegno geometrico e il “seminato”, cioè la libera e casuale distribuzione delle scaglie di marmo convivono fin dall’antichità.
Il terrazzo veneziano, trova infatti i propri precedenti ancora nell’Antica Grecia, dove i primi pavimenti erano costituiti da sassi

di torrente cementati fra loro da calce o argilla, si può, quindi sostenere che il mosaico (opus signinum) - (Definizione data da Plinio il Vecchio nel suo Trattato) sia il progenitore del terrazzo veneziano.
In epoca Romana questa pavimentazione, semplice nella sua realizzazione fu sostituita, da altre tecniche.
I romani designavano con il termine
opus signinum una pavimentazione a base di calce e coccio pesto di colorazione rosacea, nella quale si inserivano tessere molto distanziate per formare semplici disegni geometrici. Era usato soprattutto nelle regioni delle colonie greche e a Roma, come variante, presentava anche l’inserimento di tessere bianche o nere disposte a croce oppure poche tessere seminate o alternate a frammenti di terracotta.

L’opus sectile è un opera musiva caratterizzata da piastrelle romboidali, quadrate, esagonali o allungate in marmo serpentino o porfidi.
Molto spesso lo si trova come cornice all’opus tesselatum presente

nelle costruzioni di Ercolano , Pompei e Villa Adriana a Tivoli.
L’opus tessellatum è opera musiva pavimentale formata da cubetti di dimensioni abbastanza grande , a volte fino a 2 cm di lato. Il materiale usato era la roccia, il marmo e qualche volta il cotto. Era usato per bordure e disegni geometrici. Le figure, quali il triangolo, il quadrato, il rombo, la losanga, l’esagono, l’ottagono e il cerchio erano composte con tessere cubiche intrecciate fra loro in composizioni anche molto complesse.

Scutulata pavimenta sono pavimenti con inserti di pietra, roccia o marmo di varia grandezza e colore in un fondo battuto o di coccio pesto signino; sono fra i pavimenti più antichi, se si fa eccezione per i signini.
Vi sono reperti a Pompei, Ercolano e Roma.
Queste opere musive ebbero grande diffusione nel tardo Impero e in ambito bizantino, dove l’avvento della cristianizzazione fece prevalere il mosaico sulla pittura.

Successivamente in seguito alle invasioni barbariche quest’arte si spense e anche durante tutto il Medioevo si ebbero rari esempi.
Si deve arrivare alla fine del XV secolo per avvertire una riscoperta e rivalutazione della pavimentazione ad opera di maestri artigiani friulani di Sequals, Spilimbergo e Solimbergo che attraverso i ciottoli calcarei e i ciottoli di vari colori dei fiumi friulani (Tagliamento, Cellina, Meduna) portarono questa tecnica chiamandola “
battuto” a risultati di alto artigianato artistico.

In tempi immediatamente successivi i “terrazzieri” attirati dallo sviluppo edilizio urbanistico della città lagunare, vi trasferiscono la loro arte. Il mestiere si sviluppò di pari passo con i lumi della Serenissima Repubblica Veneta, assumendo una grande perfezione tecnica e raggiungendo il massimo splendore, dando alla luce manufatti di eccellente qualità estetica che ben si sposavano con l’architettura Veneziana.
I primi terrazzi sono simili al “paston” ( pavimenti costruiti secondo la tecnica romana, con coccio pesto chiamato in veneziano paston, un battuto che più tardi venne messo in opera solo nelle soffitte e nei locali di deposito) con pochi inserti di pezzi di marmo rosso, bianco e nero. Successivamente con il tempo la tecnica viene ulteriormente perfezionata e le superfici vengono ornate con granuli disposti a mosaico irregolare.

Tale splendore spiega il nome “terrazzo veneziano”.
Il 3 Settembre dell’anno 1586 la
Confraternita dei Terrazzieri redige lo statuto dell’ “L’arte de Terrazzeri”, una serie di precise norme atte a regolamentare l’apprendistato e il praticare la professione.
Originariamente il terrazzo veneziano veniva realizzato attraverso una tecnica che prevedeva la realizzazione di 3 strati di diversa composizione.

Lo strato inferiore di consistenza molto asciutta con uno spessore variabile tra i 10 e i 20 cm costituito da:
a) calce idrata
b) pozzolana naturale o cocciopesto macinato fine
c) cocciopesto macinato grossolanamente.

Lo strato intermedio (coprifondo o coperta) di consistenza asciutta con spessore variabile tra i 2-3 cm costituito da:
a) calce idrata
b) pozzolana naturale
c) sabbia fine.
Tutti i vari componenti erano impastati in precise proporzioni. Per questi due strati, inferiore ed intermedio, esistevano delle varianti a seconda del particolare ingrediente impiegato (pozzolana naturale, cocciopesto, calce idrata, calce idraulica).

(San Floriano, Protettore dell’arte de Terrazzeri. Museo Correr, Venezia)



Lo strato superiore (stabilitura marmorea), il pavimento vero e proprio di consistenza plastica in spessore variabile tra 1,5-2 cm costituito da un legante su cui venivano seminate le scaglie di marmo opportunamente selezionate (operazione più delicata tra le varie fasi lavorative del terrazzo).
Il legante era costituito da calce idrata che conferiva al pavimento una grande elasticità necessaria per l’esecuzione di pavimentazioni con grande estensione in assenza di giunti. L’elevata flessibilità e il basso ritiro igrometrico del materiale fu una causa non secondaria della diffusione di questa particolare

pavimentazione nella città lagunare (in conseguenza delle peculiari condizioni geotecniche strutturali degli edifici veneziani).
Per contro la calce presupponeva tempi lunghi, anche più di cinque mesi durante i quali il pavimento doveva essere periodicamente “
battuto” con uno strumento chiamato battipalo” per far aderire le scaglie e portare alla completa espulsione l’acqua presente.
La superficie del pavimento ripulita veniva levigata con un antico strumento “
l’orso”

(Costituito da un pesante blocco di pietra arenaria munito di un lungo manico e serviva a levigare “lustrar” i pavimenti. Il suono cupo che emetteva quando strisciava sul pavimento poteva ricordare il verso dell’orso.) infine trattata con olio di semi di lino allo scopo di proteggerla e conferire alla stessa maggior brillantezza.
La caduta della Serenissima Repubblica Veneta ebbe l’effetto negativo di distruggere il sistema delle cooperazioni che tanto aveva contribuito al progresso dei “
mestieri” .
Questo tuttavia contribuì alla diffusione di quest’arte in Europa e in America, grazie alle maestranze italiane che aprirono filiali in questi paesi.
La tradizione del terrazzo veneziano si è tramandata nel corso dei secoli senza subire molte evoluzioni.
Si deve arrivare alla fine dell’ 800 con l’invenzione e l’utilizzo del cemento Portland per verificare cambiamenti nella lavorazione.
La calce venne pian piano sostituita con questo nuovo materiale che asciugava più in fretta e garantiva un maggior resistenza al logorio, e una minor difficoltà di lavorazione, che si tradusse, innanzitutto, in una riduzione dei costi contribuendo a diffondere questa pavimentazione anche in abitazioni meno prestigiose.
Per contro un noto inconveniente del terrazzo veneziano in cemento è la predisposizione alla fessurazione, causata dalla dilatazione del cemento stesso (deformazione viscosa, fessurazione per ritiro e gradienti termici).
Nel corso degli anni ’70, sotto l’influsso di una massiccia industrializzazione, e con l’affermazione della piastrella in ceramica, il pavimento alla veneziana cadde quasi totalmente in disuso al punto tale che in molte regioni d’italia, con lo scomparire dalla scena degli ultimi maestri d’arte, se ne perse anche tutta la conoscenza e tecnologia

Solamente nel corso degli anni 80 con l’avvento di una nuova sensibilità verso il passato e un ritorno alla nobiltà dei materiali si assiste ad una sua completa riaffermazione.
Passando da una prima fase di ammirazione per antichi pavimenti ancora esistenti, ad una seconda fase di richiesta per il recupero e il restauro.
Il pavimento in terrazzo veneziano, rivalutato nelle sue caratteristiche, si riaffermò sul mercato come pavimento di pregio e di rappresentanza.


Ricerca personale di: Imoscopi geom. Massimo


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